Esiodo è il primo poeta della letteratura greca di cui si hanno notizie biografiche. Figlio di un commerciante, si trasferì a Cuma con la sua famiglia a seguito di un dissesto economico. Nel proemio alla sua prima opera, la Teogonia, egli narra come, mentre pascolava le sue greggi sul monte Elicona, abbia ricevuto dalle Muse il dono dell'ispirazione poetica, e che da allora divenne un rapsodo professionista. Sulla vita e sulla morte di Esiodo circolavano nell'antichità notizie leggendarie frutto di una tradizione indiretta - cioè non desunte direttamente dall'opera del poeta -, come la storia della gara di canto fra lui e Omero. Lo storico Tucidide riferisce la presunta fine del poeta e la fa coincidere con un omicidio: Esiodo sarebbe stato ucciso poiché ritenuto responsabile di aver sedotto una giovane fanciulla, e il suo corpo sarebbe stato gettato in mare. Oltre la Teogonia, ci sono pervenute per intero il poema Le opere e i giorni e il Catalogo delle donne.
le opere e i giorni
le cinque età dell'uomo
Nell'VIII sec. a.C. Esiodo compose la Genesi della religione greca. Nei suoi scritti egli narra storie di creazione e di separazione tra uomini e dei, in cui il concetto fondamentale che egli esprime è che l'umanità è in costante declino, essendo partita da uno stato di grazia che venne perduto a causa dei suoi peccati e della sua disobbedienza.
Ne Le opere e i giorni, Esiodo divide la storia dell'uomo in cinque età, descrivendo il declino dell'uomo: l'Età dell'Oro, dell'Argento, del Bronzo, degli Eroi e infine del Ferro. Questo declino non può essere collocato cronologicamente con precisione: ad esempio, l'Età dell'Oro viene intesa più come una condizione spirituale di vicinanza al divino e non un vero e proprio stato fisico. Secondo Esiodo all'inizio vi era una perfetta unione con lo spirito: la Terra dispensava liberamente i suoi frutti e uomini e dei vivevano insieme. Che uomini e dei avessero origini in comune è un elemento molto importante: gli uomini vennero dopo che il tempo (Crono) emerse dal Caos, ed erano mortali.
Durante l'Età dell'Argento gli uomini si isolarono dalla Terra e dallo spirito, chiudendosi nelle loro case e perdendo così tutta la saggezza che deriva dal contatto diretto con la Terra: fu l'epoca della sedentarizzazione, che pose fine all'unione con gli dei. Abitare in una casa propria non è di per sé un male, ma implica una separazione dal divino. Gli uomini dovettero servire gli dei per ripristinare l'antica unità; e fu così che, insieme ai santuari, vennero creati dei siti speciali (gli altari), in cui comparivano gli dei e gli uomini si purificavano. Questi siti erano per antonomasia considerati sacri, ben delimitati dal resto degli insediamenti che invece venivano considerati non divini.
L'Età del Bronzo segna il distacco definitivo tra uomini e dei. Questi uomini amavano la guerra e la violenza, non traevano alcun beneficio dalla Terra e dipendevano esclusivamente dalla forza delle loro braccia e armi. Esiodo definisce il cuore di questi uomini "duro come un diamante", chiuso e incapace di accogliere il divino. Il destino di questi uomini fu l'autodistruzione, la segregazione nelle tenebre esterne dalle quali non c'è ritorno.
Nella quarta età della cosmogonia di Esiodo vediamo i primi accenni di storia documentata: si tratta infatti dell'Età degli Eroi, cioè i principi e guerrieri micenei il cui saccheggio di Troia è descritto magistralmente nell'Iliade. Essi vengono descritti come uomini nobili, indubbiamente "più retti" dei loro predecessori; questo, si può dire, è il discorso cardine di tutta l'opera di Esiodo: la convinzione cioè che il solo modo per ricongiungersi con gli dei sia aspirare alla grandezza, realizzando le possibilità dell'essere umano nonostante la perdita di intimità col divino.
Esiodo giunge infine ai suoi giorni, l'Età del Ferro, e quindi ai nostri: gli uomini vivono isolati gli uni dagli altri e dagli dei. La certezza dell'autorità è sparita, ma esiste ancora la possibilità di ristabilire un contatto col divino. Egli non parla di scintilla divina nella psyche umana (come invece farà Platone) ma suggerisce che finché rimarrà un po' d'innocenza gli uomini potranno salvarsi dalla distruzione. Quando l'autore parla di uomini che alla nascita hanno "chiome grigie sulle tempie" si riferisce proprio alla perdita precoce di quello stato d'innocenza così importante per una comunione col divino.